AD USUM DELPHINI-La Bibbia di San Luigi


Nel Tesoro della Cattedrale di Toledo si  conserva uno dei più sublimi capolavori  dell’arte libraria. Una Bibbia scritta e  miniata a Parigi, tra il 1226 e il 1234,  su commissione di Bianca di Castiglia,  vedova di Luigi VIII e reggente della corona  di Francia per conto del figlio minorenne.  Meditando su questa splendida opera,  Luigi IX iniziò il suo edificante cammino  verso la santità.

GENESI - Volume 1, f. 1v 
La Bibbia si apre con una grande miniatura a piena pagina raffigurante Dio Creatore dell’Universo.  Una grandiosa mandorla, a quattro lobi profilati in verde e arancione, contorna l’imponente figura  del Pantocratore, il quale appare in posizione di riposo, seduto su un trono, e vestito con una  tunica di colore marrone chiaro e con un manto azzurro. Con la mano destra governa uno strumento  di lavoro, un compasso di grandi dimensioni, le cui aste terminano in affilate punte metalliche,  una delle quali è salda al centro dell’Universo mentre l’altra ne segna il perimetro esterno.  Con la mano sinistra sostiene un globo di forma rotondeggiante al cui interno, dominato da una  visione caotica ove impera la legge del disordine, quattro creature angeliche eseguono gli ordini  del creatore aiutandolo nella sua opera. Il Signore appare sereno, di aspetto giovanile, con gli  occhi azzurri, una folta barba bionda e un’aureola attorno al capo da cui fuoriescono tre fasci di  raggi luminosi in forma di croce. Ai suoi piedi, una volta d’oro. Non vi è posto per il paesaggio,  né esiste alcun tipo di prospettiva strutturata su più piani. La mandorla, che presenta uno sfondo  dorato, è sostenuta all’esterno da quattro angeli, due in alto in posizione invertita e due in basso  in posizione diritta, tutti campeggianti su un altro sfondo d’oro brunito.

LA REGINA CON GLI SCRIVANI - Volume 3, f. 8r del frammento di New York 
In questa pagina appaiono quattro figure, due di grandi dimensioni, nella scena superiore, e due  più piccole nella scena inferiore. La parte principale è occupata da due personaggi dell’aristocrazia  francese. La figura femminile, che non presenta segni di identificazione personale, è stata  interpretata come donna Bianca di Castiglia, madre di Luigi IX. Seduta in trono, vestita con il  manto reale e con il velo bianco, si rivolge al giovane monarca in atto di attiva conversazione. Il  re ascolta rispettosamente, mentre sostiene tra le dita un sigillo pontificio d’oro che porta appeso  al petto. Gli atteggiamenti di entrambi i personaggi suggeriscono che la regina sia in atto di  dedicare formalmente la Bibbia ormai conclusa al giovane re. Se così fosse, ella sarebbe con ogni  evidenza la persona che ha commissionato l’opera e ne ha finanziato l’esecuzione, mentre il  figlio, in quanto beneficiario, la riceve direttamente dalle sue mani. La parte in basso è riservata  a due personaggi di rango chiaramente inferiore. La loro posizione subordinata rispetto alle  effigi soprastanti appare evidente dal fatto che le due figure, di dimensioni più ridotte, occupano  la sezione inferiore della scena, il che significa che, per quanto riguarda la responsabilità dell’opera,  esse svolgono una funzione subalterna. Sembra si tratti di un chierico, in tenuta religiosa,  il quale, seduto su uno scanno, si rivolge al copista, impartendogli disposizioni e controllandone  il lavoro.

Quest’opera, in tre volumi, è stata spesso considerata dalla moderna  critica d’arte come la più superba creazione libraria mai realizzata  dall’ingegno umano dall’invenzione della scrittura e della miniatura.  Lo dimostrano la quantità dei fogli pergamenacei che compongono  il codice, oltre seicento, e l’incredibile numero di medaglioni con storie  miniate che ne costellano le pagine. Fin dal Medioevo si conserva nel  Tesoro della Cattedrale di Toledo, e in questa città ricevette la significativa  denominazione di Biblia Rica o Biblia del Tesoro. Hieronymus Münzer,  viaggiatore e umanista tedesco che visitò Toledo nel 1495 ed ebbe l’opportunità  di contemplarla, restò incantato di fronte alla sua magnificenza, e la  descrisse in termini entusiastici, come una Bibbia che non aveva rivali in  tutta la cristianità. Oggi è conosciuta con il nome di Bibbia di San Luigi,  dal momento che gli studi recenti hanno portato a collegarla a questo santo  re francese il cui regno ebbe inizio nella prima metà del XIII secolo.  Il libro antico, in generale, racchiude in sé un mondo segreto e pieno  di misteri. Esso infatti fu realizzato nel cuore di una civiltà ben diversa  dalla nostra e secondo una sensibilità governata da parametri molto lontani dagli attuali. In questo contesto, nonostante  la sua apparente semplicità, la Bibbia  di San Luigi supera probabilmente,  quanto a ermetismo, gran parte dei libri  medioevali giunti fino a noi. Se ci accingiamo  a osservarla con attenzione, ci rendiamo  conto infatti che questa Bibbia –  sorprendentemente – non offre  alcuna informazione specifica  sulle circostanze  storiche in cui venne  realizzata. Né esistono  fonti documentarie  che ci forniscano  informazioni  più precise, poiché  l’opera non appare  menzionata, almeno  stando alle nostre  attuali conoscenze,  negli archivi della nazione  in cui si suppone  abbia avuto i natali. Gli studi  in proposito, quindi, si preannunciano  ancora molto complessi, perché non  cessa mai di sorprenderci il fatto che un  progetto di tale rilevanza possa essere stato  condotto con una discrezione tale da non  superare le mura della corte reale, e senza  che ne fosse a conoscenza neppure uno di  quei cronisti ufficiali che usavano registrare  nei loro annali qualsiasi evento potesse  dare prestigio alla reputazione dei sovrani  di cui erano al servizio. Di conseguenza, la  Bibbia di Toledo è sempre stata un libro  pieno di enigmi sia per quanti nel corso dei  secoli ne entrarono in possesso, sia per gli  studiosi che ebbero modo di analizzarla.  Non si deve tuttavia dimenticare che la  Bibbia di San Luigi è anche il frutto di  un’attività umana. Gli archeologi  sanno molto bene che  gli oggetti usciti dalla  mano dell’uomo risultano  inevitabilmente  segnati da una moltitudine  di tracce  che, in qualche  modo, rivelano  sempre qualcosa  sui rispettivi creatori  e fruitori. La  Bibbia di San Luigi  abbonda di tali vestigia,  siano esse di ordine  codicologico, paleografico o  artistico. In qualche caso queste  possono essere facilmente intese per via  razionale, ma talora presentano invece difficoltà  di interpretazione pressoché insormontabili,  almeno a prima vista. È necessario  pertanto trovare la strada giusta per leggere  correttamente tali indicazioni e per intenderle  nel loro esatto significato, e non sempre lo  studioso può essere certo di avere raggiunto  tali obiettivi.

UNA STORIA LUNGA SETTE SECOLI  
Risulta paradossale che la prima notizia  storica sulla Bibbia non provenga dalla  Francia, bensì dal Regno di Castiglia, e  precisamente dal secondo testamento di  Alfonso X il Savio, dettato a Siviglia il 10  gennaio 1284, tre mesi prima della sua  morte. In esso si parla di una Bibbia ricevuta  da Alfonso come dono personale  del re Luigi di Francia,  suo parente. La si descrive  come composta di  tre libri, vale a dire di  tre tomi o volumi, e  tutta “istoriada de  dentro”. Fino a  tempi molto recenti,  i biografi del re  di Castiglia non  erano in grado né  di identificarla con  alcuna delle Bibbie  conosciute, né di  spiegare le vicende di  un’opera che il monarca  più istruito di tutte le  dinastie ispaniche medioevali  teneva in così alta considerazione. Data la  sommaria descrizione fornita dal sovrano, i  dati del testamento regale potevano infatti  riferirsi, in teoria, a più di una Bibbia.  

Nel suo testamento, Alfonso X lasciava  inoltre istruzioni molto precise riguardo  all’opera. Era sua volontà che non dovesse  essere mai donata ad alcuna persona o istituzione,  per quanto importante, ma dovesse  sempre restare vincolata alla proprietà del  sovrano di Castiglia. La ragione addotta fu  che una creazione di tale ricchezza e nobiltà,  realizzata specificamente  per un re, non doveva  mai appartenere a nessun  personaggio di rango inferiore.  Era un’opera fatta  per i sovrani, che poteva  essere consultata solo  da sovrani. Questa è  probabilmente una  delle chiavi di lettura  della Bibbia, il  cui messaggio ideologico  potrebbe  essere ricondotto al  suo primo proprietario.  Ma solo gli uomini  vivi possiedono veri poteri.  Dopo la morte di Alfonso  X, avvenne così con ogni probabilità  che il suo erede Sancho IV donasse la  Bibbia alla Cattedrale in segno di riconoscenza  per l’appoggio ricevuto all’atto del  suo insediamento sul trono di Castiglia.

Dovettero passare sette secoli prima che  le parole di Alfonso X venissero collegate  alla Biblia Rica della Cattedrale di Toledo, i  cui custodi – il clero del capitolo – non possedevano  alcun elemento scritto riguardo  alla sua originaria appartenenza al re di  Francia, al passaggio ad Alfonso X, alla  donazione alla cattedrale e alla possibile  identificazione con la Bibbia descritta dal re  di Castiglia nel suo testamento. Il mistero  venne svelato grazie alla scoperta dell’ultimo  quaderno del III volume, acquistato agli  inizi del XX secolo in Francia e quindi trasferito  a New York. Si venne così a sapere,  secondo l’opinione più accreditata fra gli  storici moderni, che la Bibbia non era arrivata  in Castiglia nella sua integrità, ma che  a un certo punto, certamente prima del suo  arrivo in Spagna, essa era stata mutilata  degli ultimi otto fogli,  oppure che questi furono  scritti e miniati solo dopo  il suo completamento, e  forse anche dopo la rilegatura,  cosicché non ne  fecero parte integrante.  È certo comunque  che la Bibbia e il  suo quaderno conclusivo  presero strade  diverse sin dall’inizio  delle loro peregrinazioni  storiche: la  Bibbia rimase in Castiglia  mentre il frammento  separato passò attraverso  molte mani in Francia, Germania  e Stati Uniti. Il riconoscimento  del legame tra la Bibbia e il frammento  di New York si deve alla perspicacia  del conte francese Alexandre Laborde, il  quale nei primi anni del XX secolo poté  dimostrare la perfetta continuità testuale e  stilistica tra la Bibbia di Toledo e il frammento  statunitense, cui la Bibbia, priva  della sua naturale conclusione, si collegava  esattamente in corrispondenza degli ultimi  capitoli del Libro dell’Apocalisse. Da quel  momento, la Biblia Rica di Toledo prese a  svelare buona parte dei suoi segreti.  L’ultima pagina del frammento, cioè la  pagina finale della Bibbia, contiene inoltre  talune informazioni, non scritte ma pittoriche,  tali da fornire la chiave giusta per  intendere l’intera opera. Un anonimo e  ingegnoso miniatore vi eseguì infatti uno  straordinario dipinto, su fondo d’oro brunito,  raffigurante due scene sovrapposte.  Nella sezione superiore sono dipinte due  figure di sovrani che indossano corone e  abiti regali, sedute ciascuna sui rispettivi  troni. Da un lato c’è una regina d’età matura,  con un velo bianco sotto la corona, forse  come segno di vedovanza. Il suo corpo è  leggermente orientato in direzione del suo  interlocutore, verso cui protende le braccia  come se gli stesse parlando. Dalla parte  opposta sta un giovane principe imberbe,  ma chiaramente dotato di tutti gli attributi  peculiari della dignità regale. Egli ascolta  con rispettosa attenzione le parole della  regina e sembra riconoscerne l’autorità.  Non v’è dubbio che la regina non possa  essere la moglie del re, bensì la  madre, quindi con ogni probabilità  la scena ritrae il  momento in cui l’opera,  ormai felicemente completata,  viene presentata  al destinatario da  colei che l’ha commissionata  e finanziata.  Ma chi sono i personaggi  reali qui ritratti?  Sulla base dell’evidente  certezza che la Bibbia  fu realizzata da uno  scriptorium francese  della prima metà del XIII  secolo, le figure reali non possono essere  che la regina di Francia Bianca di Castiglia,  vedova di Luigi VIII dal 1226 e reggente  del regno fino a quando il figlio, Luigi IX di  Francia ovvero san Luigi, non raggiunse la  maggiore età. Questi dati sono sufficientemente  indicativi per situare esattamente nel  tempo la nostra Bibbia. Essa fu probabilmente  iniziata quando Luigi, alla morte del  padre, fu designato erede al trono di Francia,  mentre il completamento dovrebbe  essere avvenuto intorno al momento dell’incoronazione,  date queste che con tutta probabilità inducono a collocare  l’opera in un  arco di tempo compreso  tra il 1226 e  il 1236, cioè nel  periodo più cruciale  e formativo  dell’adolescenza  e dell’educazione  del giovane  monarca. Più precisamente,  essa (o  quanto meno il  nucleo principale  conservato a Toledo)  dovette essere completata  entro il 1234, dato che Luigi,  accasatosi in quell’anno con Margherita,  figlia di Raimondo Berengario IV, conte di  Provenza, vi appare già in veste di regnante  ma ancora celibe.  Dipinte nella sezione inferiore della  grande pagina miniata appaiono altre due  figure che interagiscono tra loro. Quella  sulla sinistra, in atteggiamento chiaramente  dominante, sta impartendo, con l’indice  della mano alzato, alcune severe istruzioni  al suo assistente, che umilmente le esegue.  Sono il direttore e l’esecutore del lavoro, il  primo, un membro del clero il cui aspetto  esteriore fornisce poche informazioni circa  il suo grado o ordine religioso, e il secondo,  un laico che svolge allo stesso tempo i compiti  di copista e di miniatore sul quaderno  appoggiato sul banco, in cui appare evidente  lo schema di una pagina della Bibbia con  le sue colonne e i medaglioni. Queste figure  sono indubbiamente più simboliche che  reali, rappresentando ciascuna una delle  due categorie di esecutori coinvolti nella  realizzazione dell’opera, sia pure a diversi  livelli di responsabilità.

Le quattro figure rappresentano i protagonisti  dell’impresa. La regina è il committente  da cui è partita l’iniziativa  e che ha fornito  i mezzi finanziari, il  principe è il destinatario  e il referente  costante a beneficio  del quale l’opera  è stata concepita  sin dall’inizio.  Egli inoltre,  benché estraneo  alle prime fasi dell’operazione,  giocò un  ruolo attivo, ancorché  indiretto, nella sua realizzazione,  dal momento  che l’opera fu progettata in  funzione delle sue esigenze personali e del  suo rango sociale. Anche le due figure della  zona inferiore, poste chiaramente in posizione  subalterna, offrono al re il frutto del  loro lavoro. Queste circostanze forniscono  validi argomenti per avanzare fondatamente  l’ipotesi che la Bibbia fosse un dono fatto  dalla regina di Francia al figlio quando  questi, nel 1234, venne investito della  dignità regale. Essa fu quindi una Bibbia  da re.

BIBBIA ISTORIATA E BIBBIA MORALIZZATA  

La nostra Bibbia appartiene a un genere  di volumi ideato negli scriptoria di Parigi,  per una committenza regale, in un  momento in cui gli studi biblici raggiungevano  il loro massimo sviluppo sia presso le  cerchie culturali più elevate sia a livelli  popolari. La Bibbia di Toledo presenta le  caratteristiche tipiche di un gruppo piuttosto  ridotto di Bibbie, a cui appartengono  altri due esemplari, oggi alla Nationalbibliothek  di Vienna (Mss. 1179 e 2554), realizzati  in precedenza secondo criteri analoghi,  il primo, e probabilmente il più antico,  in latino, il secondo in francese. Le due Bibbie, entrambe incompiute e composte di un  solo volume, furono eseguite con ogni probabilità  per personaggi regali appartenenti alla  dinastia dei Capetingi di Francia, forse per  Filippo II Augusto (1180-1223) e per  il figlio e successore di questi,  Luigi VIII (1223-1226). A  queste, seguì un progetto  più ambizioso in tre  volumi, la Bibbia di  Toledo appunto, copiata  e miniata intorno  al decennio  1226-1234/36, e  della quale negli  anni seguenti  (1235-1245) fu  realizzata una  copia molto accurata,  anch’essa in tre  volumi oggi custoditi  separatamente nelle  biblioteche di Oxford, Parigi e  Londra. Il fatto che la Bibbia di Toledo  venisse realizzata in un momento in cui le  maestranze erano già fornite di capacità  acquisite nel corso dei vari esperimenti condotti  in precedenza, pone la nostra Bibbia al  centro dell’intero gruppo. Ulteriori imprese  relative ad altre Bibbie analoghe portarono  in seguito alla realizzazione di un’opera in  latino nella seconda metà del XIII secolo  (Parigi, BnF, Ms. 18719) e di altre due – una  in francese e una bilingue – nel XIV e XV  secolo, con risultati sempre più modesti.  Non solo la Bibbia di Toledo spicca quindi  nel gruppo grazie alla sua ineguagliabile  qualità, ma si colloca in un certo senso a  conclusione del ciclo storico di questa particolare  tipologia di manoscritti religiosi.  

Nessuno conosce l’appellativo attribuito  alla Bibbia dai suoi creatori. Alfonso X il  Savio, nel suo testamento, la chiamò solamente  “istoriata”, e questo termine, così  remoto e quindi così prossimo al momento  della realizzazione, indica che si tratta dell’autentica  denominazione originaria. Invece  le Bibbie più tarde, solo lontanamente legate  alla tipologia degli esemplari precedenti,  sono chiamate “moralizzate”, con un termine  generalmente accettato dagli storici  moderni, forse semplicemente per comodità.  Il fatto è che entrambe queste denominazioni  esprimono, ciascuna per la sua parte, le  due caratteristiche essenziali della Bibbia,  ma ciascuna di esse, presa singolarmente,  sarebbe chiaramente inadeguata  se pretendesse di escludere o  minimizzare l’altra, perché  si limiterebbe a  evidenziare solo uno  degli aspetti dell’opera.  Neppure il  nome di Biblia  Rica attribuitole a  Toledo, forse in  relazione alle idee  del re di Castiglia,  può essere ritenuto  del tutto soddisfacente  ai fini di una definizione  esauriente di tutte  le caratteristiche del manoscritto.  

È indubbio tuttavia che entrambe  le denominazioni prese simultaneamente,  con la loro doppia polisemia, esprimano  bene l’intera natura della Bibbia, caratterizzata  da due elementi essenziali che fanno  di essa un universo a parte all’interno del  mondo del libro medioevale. Una di esse si  riferisce al testo (“moralizzata”), l’altra alle  immagini (“istoriata”). Il particolare, strettissimo  intreccio fra testi e immagini costituisce  pertanto il tessuto essenziale di questa  Bibbia. Da una parte abbiamo infatti  testi disposti entro strette colonne longitudinali,  divisi in quattro gruppi di paragrafi  latini distinti da una lettera maiuscola rossa  o blu posta all’inizio. Tutti questi blocchi di  testo sono collegati tra loro e occupano  posizioni pari e dispari. Quelli nelle posizioni  dispari (1 e 3) sono presi direttamente  dalla Bibbia Vulgata Latina, benché qualche  volta leggermente modificati dai redattori.  Quelli pari (2 e 4) non sono invece tratti  dalla Bibbia ma sono testi teologici in  forma di glosse. Si tratta di commenti condotti  secondo la formula delle moralizzazioni  che interpretano il contenuto dottrinale  della Bibbia in modo simbolico, secondo il  metodo dei quattro significati seguito dalla letteratura esegetica così popolare a quel  tempo, ma usando preferibilmente l’allegoria.  Queste moralizzazioni mirano a estrapolare  dai testi biblici insegnamenti di uso  pratico per la vita dei fedeli e per le diverse  situazioni in cui essi si possono trovare.  Pertanto si prestano mirabilmente sia per  l’edificazione spirituale che per una rigida  etica sociale.  

Di fianco ai blocchi di testo, lungo il  margine destro, appare un’altra larga colonna  nella quale si dispongono quattro medaglioni,  pure raggruppati in posizioni successivamente  pari o dispari e accoppiati ai  rispettivi testi. I medaglioni dispari costituiscono  un commento iconografico ai testi  biblici, mentre quelli pari svolgono la stessa  funzione rispetto ai testi teologici. Ciascun  medaglione raffigura scene relative a  personaggi di storie bibliche o della vita  reale, a seconda se l’intenzione fosse quella  di illustrare i passaggi biblici o la loro  interpretazione allegorica. Questa Bibbia  era stata infatti pensata e realizzata per  essere letta alla luce della realtà contemporanea.  In altre parole, era una Bibbia  socialmente impegnata.  

I moderni lettori dell’opera non devono  dimenticare che testo e immagini sono concepiti  non come due elementi dotati di vita  indipendente ma come due forme di linguaggio  così strettamente connesse da fondersi  in un sistema linguistico unico e integrato.  Sono entrambi interdipendenti e si  rafforzano a vicenda grazie alla capacità  espressiva delle rispettive tecniche. La  Bibbia è un libro in cui a ciascun testo corrisponde  la relativa immagine e a ciascuna  immagine il proprio testo. L’unità di base su  cui insiste tutta la costruzione è appunto la  corrispondenza testo-immagine.  

SOLUZIONI SINGOLARI  

Gli autori della Bibbia erano consci  della grandezza del compito che si apprestavano  a realizzare e delle sfide che si profilavano  loro dinanzi. Lo dimostrano alcune caratteristiche del  manoscritto, come lo  sforzo continuo di raggiungere  la più grande  sontuosità possibile,  la ricerca di  un’assoluta perfezione  formale e l’adozione  costante di soluzioni  iconografiche  estranee alle norme  tradizionalmente in  uso negli scriptoria.  L’impiego senza precedenti  di ampie aree  di oro brunito e di  spesse superfici pigmentate,  insieme alla  densità degli inchiostri  dei copisti, resero  impossibile la lavorazione  del foglio da  ambo le parti, così  come era pratica  usuale nei libri ordinari,  dal momento che non esisteva sul mercato  alcuna pergamena di qualità tale da sopportare  tanto peso senza che i fogli subissero  delle deformazioni. Ma c’era un altro  inconveniente: i disegni, i colori e gli  inchiostri trasparivano sul verso di ciascuna  pagina poiché la pergamena usata era  stata preparata con una tale finezza da eliminare  completamente ogni differenza tra  la parte del pelo (più scura) e la parte della  carne (più chiara). Rinunciare all’idea di  realizzare la Bibbia più ricca del mondo per  il futuro re di Francia era, tuttavia, fuori  discussione. Si prese quindi la decisione di  usare solo un lato della pergamena, scegliendo  la parte del pelo perché la sua maggiore  porosità permetteva ai pigmenti e  all’oro di aderire meglio, e di lasciare l’altro  lato bianco.

Le conseguenze di questa scelta sono  evidenti ancora oggi: il libro è costituito da  un gran numero di fogli nei quali si alternano,  affrontate, le pagine utilizzate e le pagine  bianche, in una sequenza ininterrotta  che dalla prima pagina del primo tomo  giunge sino alla pagina finale dell’ultimo  volume. Ne derivò così un esito del tutto  atipico nel panorama degli scriptoria  medioevali, un’opera in cui, in luogo del  sistema opistografico, da sempre adottato  nelle botteghe medioevali per il suo superiore  effetto estetico, si adottò eccezionalmente  il sistema anopistografico, cioè con il  foglio scritto e decorato da un solo lato. È  pur vero che si sarebbe potuto rimediare  all’inconveniente  ricorrendo in un  secondo tempo alla  ingegnosa soluzione  di incollare insieme  i lati bianchi, e  in effetti gli stessi  artefici della Bibbia,  o i successivi proprietari  del manoscritto,  ci provarono  nel primo volume.  Ma gli esiti furono  così controproducenti  ai fini della  conservazione del  manoscritto che si  rinunciò quasi subito  all’idea, come si può  constatare dall’edizione  in facsimile di M. Moleiro.  La creazione di ogni pagina è un  capolavoro di equilibrio tra i disegni, gli  inchiostri, l’oro, i pigmenti e le scene istoriate,  la cui bellezza rasenta la perfezione.  Tutto appare studiato fino ai minimi dettagli,  nulla è lasciato al caso.  All’impianto della pagina è  infatti sottesa una perfetta  analisi geometrica che delimita  l’area in cui si combinano  sapientemente i rettangoli,  i cerchi, le linee spezzate e  curve, oltre a un numero  incalcolabile di elementi  decorativi. Per quanto riguarda  le procedure pittoriche, la  tecnica della costruzione  della pagina è governata da  due regole fondamentali: la  legge dell’alternanza e la  legge del contrasto. Ciascun  elemento posto in un certo  punto fa riferimento a un altro  simile ma diverso. Così ogni  pagina è simile all’altra pur  differendo da tutte.  

Diverso è il discorso per le storie miniate,  ove non resta che invitare semplicemente  il lettore a immergersi nel mondo della  Bibbia e a scoprirne da solo le infinite suggestioni.  Tale contemplazione porterà a  numerose piacevoli sorprese e a molte  domande, e in ogni caso il tempo e l’impegno  saranno ampiamente ripagati. Il lettore  godrà di tutto un nuovo universo di immagini  create per un re medioevale da splendidi  artisti anonimi, per i quali l’opera che usciva  dalle loro mani era più importante delle  proprie vicende personali.

RAMÓN GONZÁLVEZ RUIZ

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