MECCANICHE CELESTI. IL LIBRO DELLA FELICITÀ


ALUMINA. 
Alessandro Balistrieri

Uomo di vasti interessi e di raffinata cultura, il Sultano Murat III preferiva ai campi di battaglia la compagnia dei manoscritti e delle donne. Alternando ai piaceri dell’harem le delizie della bibliofilia, diede così vita a una progenie di ben 103 figli e a una serie di stupendi capolavori miniati, tra cui un trattato di divinazione astrologica denso di arcane profezie e magnificamente illustrato.

Tra gli squisiti codici antichi sontuosamente riprodotti e pubblicati dall’editore spagnolo Manuel Moleiro, un posto del tutto speciale occupa, in virtù delle sue particolari caratteristiche, il Libro della Felicità (in turco Matali’us-Sa’adet ), opera pervenutaci in due manoscritti riccamente miniati prodotti nell’atélier imperiale di Istanbul nel 1582 su diretta commissione del Sultano dell’epoca, Murat III (r. 1574 – 1595).


IL POTERE ALLE DONNE

Nel corso dei secoli XV e XVI della nostra èra l’impero ottomano visse una lunga fase storica di inarrestabile espansione. Quando alla fine di maggio del 1453 Maometto (Mehmet) II conquistò, appena ventunenne, l’antica città di Costantino, da dodici secoli capitale dell’impero cristiano dei Romani d’Oriente, il potere del mondo non abbandonò la città eurasiatica  al l'oscurità, bensì ne mutò i vessilli e la fede, immediatamente trasformandola nell’epicentro del nuovo espansionismo imperiale sunnita. 
Nel terzo quarto del XVI secolo, il potere della Sublime Porta era nelle mani del figlio di Sel?.m II – e nipote di Solimano il Magnifico -, Mur?d (Murat) III, che subito si trovò a dover fronteggiare una situazione politica incandescente. Lo slancio dell’espansione ottomana stava raggiungendo il punto d’arresto per effetto degli squilibri finanziari e produttivi (con le relative ricadute sociali) causati dall’arcaico reclutamento timariota concepito per sostenere sulle spalle delle popolazioni rurali il sempre maggior sforzo bellico sui fronti ungherese e mesopotamico, dalla dilagante corruzione di funzionari provinciali e militari di professione, nonché dall’eccessiva, macchinosa estensione delle funzioni amministrative e burocratiche espletate dal governo centrale. Eppure la più seria conseguenza del processo di accentramento geopolitico del potere a Istanbul, teoricamente controbilanciato all’espansione territoriale, si mostrò nell’ascesa politica discreta e spregiudicata di figure di primaria importanza funzionale, ancorché prive di vera e propria autorità legale: gli eunuchi del Serraglio  e, soprattutto, le donne dello harem. Etichetta storiografica alla sostanza politica di quest’epoca è non a caso quella di “Sultanato delle donne” (in turco kad?nlar saltanat?), espressione che, suggerendoci l’idea di un non troppo velato potere matriarcale sul problema dinastico per eccellenza (la discendenza di sangue dei Sultani), implicava la pratica e la promozione dei torbidi di palazzo e degli intrighi dello harem a luogo, metodo, e persino stile decisionale privilegiato della politica della Sublime Porta. Nei secoli XVI e XVII le figure chiave della politica turca (e forse mediterranea) furono infatti quelle, umbratili e scaltre, che ricoprivano le necessarie funzioni della mediazione: eunuchi, ambasciatori, favorite, dragomanni.


UN MECENATE ILLUMINATO

Murat III non partecipò mai ad alcuna delle campagne militari in corso durante il suo sultanato: il suo era il temperamento dell’uomo di raffinata cultura, attratto dai misteri della scienza e della bellezza assai più che dall’epica del dominio o dall’arte della guerra. Egli non parve intendere il proprio sommo patronato artistico come la maliziosa costruzione di un prestigio politico. L’amore per l’infinita varietà della cultura si era forse sviluppato nel Sultano sulla scorta di un genuino interesse: in Murat III, ancor più che nel padre, sarebbe da ravvisare un epigono dell’ideale del Principe polimate tanto caro ai primi Califfi abbasidi. Negli ultimi anni del suo regno, Murat non lasciò mai il palazzo, preda del timore che la maestosa reggia di Topkap? non fosse il simbolo grandioso dell’immensa estensione del suo potere, bensì coincidesse in ultima istanza con i suoi reali confini. Illuminante é la testimonianza resa a tal riguardo dal suo medico di corte, Domenico Gerosolimitano. In un’epoca in cui gli storiografi di corte ottomani indugiavano nell’iperbolico genere letterario ufficiale dello §ehnameci (panegirici delle gesta del Sultano regnante in una prospettiva di provvidenziale invincibilità), Murat III preferiva la compagnia dei manoscritti – soprattutto se sontuosamente miniati–, dei nani di corte e delle donne del suo harem, che gli permisero di diventare padre di ben 103 figli.
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